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Studio di Psicologia a Ferrara.
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Sentire paura anche se non si è in pericolo: come la Teoria Polivagale ci può aiutare a comprendere cosa significa “sentirci al sicuro”

Vi è mai capitato di sentirvi in pericolo anche se “oggettivamente” non siete di fronte a nessuna minaccia? Avete mai avuto segnali dal vostro corpo che vi hanno spaventato?
Negli ultimi anni gli studi sul funzionamento del nostro sistema nervoso centrale hanno portato alla luce importanti scoperte che hanno cambiato il modo di guardare e leggere i nostri comportamenti. In che modo la teoria Polivagale può aiutarci a comprendere meglio i nostri stati di benessere o di disagio?

Tradizionalmente il sistema nervoso autonomo, un sistema molto importante che regola tutte le attività dei nostri organi al di là della nostra volontà, veniva considerato suddiviso in due componenti, che provocano negli organi effetti diametralmente opposti:

– Il sistema nervoso simpatico, la cui funzione è un’attivazione degli organi per attivare una reazione di “attacco o fuga”;

– il sistema nervoso parasimpatico, che si attiva nei momenti di calma e relax o quando il pericolo è cessato.

La Teoria Polivagale è stata sviluppata dal neurofisiologo Steven Porges che ha cercato di comprendere meglio come il nostro corpo risponda adattivamente alle situazioni di pericolo e sia costantemente alla ricerca di sicurezza; la sua teoria si basa sull’evoluzione biologica del nostro sistema nervoso che è passato da forme di difesa poco evolute, come quello dei rettili a forme via via più complesse come quello dei mammiferi. Qual è la differenza più importante?

Innanzitutto i mammiferi per sopravvivere hanno bisogno di instaurare relazioni sociali, hanno bisogno di avere legami affettivi e di proteggersi l’un l’altro, mentre i rettili no, sono animali solitari. Porges descrive come nel passaggio evolutivo tra rettili e mammiferi il sistema nervoso autonomo si sia dovuto modificare per aumentare le possibilità di sopravvivere in condizioni di pericolo; nel suo lavoro è riuscito a distinguere, oltre alla componente simpatica del sistema nervoso autonomo che ci consente di attaccare o scappare, altre due componenti distinte del sistema nervoso parasimpatico:

– Il Circuito Dorso Vagale (DV) è il ramo più antico del nervo vago ed è la tipica strategia difensiva dei rettili; questo circuito regola gli organi sotto al diaframma (stomaco, intestino tenue, colon e vescica). In condizioni di pericolo, la sua attivazione causa immobilizzazione e ottundimento emotivo (oltre ad essere bloccati fisicamente si ha la sensazione di non avere la mente lucida).

– Il Circuito Ventro Vagale (VV), specifico dei mammiferi superiori e dell’uomo si è sviluppato per ultimo. Questo circuito ha un effetto calmante. Ci permette di stare fermi, rilassati, è  un’immobilizzazione senza paura ed è la condizione che ci fa sentire sicuri e permette il coinvolgimento sociale. Questo circuito a sua volta ha due componenti:

  1. una componente visceromotoria, che regola il cuore e gli organi sopra il diaframma;
  2. una componente somatomotoria, che regola i muscoli del collo, della faccia e della testa, cioè regola il sorriso, il contatto oculare, la vocalizzazione, l’ascolto, ossia quello che è necessario per la comunicazione e il coinvolgimento sociale verso cui l’essere umano si orienta, come prima opzione, in condizioni di sicurezza, e che, a sua volta, ci fornisce sicurezza, regolazione e benessere.

Perché è così importante questa scoperta?

Questi circuiti funzionano in maniera gerarchica: quando ci troviamo in difficoltà, ma sentiamo che non è così grande e travolgente, tendiamo ad usare il circuito che contraddistingue gli esseri umani: il circuito ventro vagale, attraverso l’ingaggio sociale, ci consente di chiedere aiuto e conforto alle persone che ci sono vicine, in modo da ritornare in una condizione di benessere. Nel caso in cui l’esperienza sia invece troppo minacciosa per la nostra sicurezza, il corpo si mobilita per attivare le risorse del sistema nervoso simpatico: ci prepariamo alle reazioni di fuga o combattimento per rispondere al pericolo. Quando questa attivazione funziona il risultato è che l’esperienza di pericolo non è così devastante, non ci sono residui disfunzionali e il corpo può rientrare in uno stato di calma. In caso di nuova minaccia questo sistema continuerà a funzionare, offrendoci la modalità più adeguata per affrontare la situazione.

Quando invece, l’esperienza impatta in maniera soverchiante (immaginiamoci un incidente), il nostro sistema può risultarne danneggiato: succede così che possiamo provare sensazioni spiacevoli di minaccia o sintomi fisici anche se non ci troviamo “oggettivamente” in una situazione di pericolo. Quella che viene alterata è la nostra neurocezione, ovvero la capacità di individuare le situazioni di pericolo.

Esiste un altro tipo di risposta al trauma per il mammifero, che è il freezing: esso si distingue dall’immobilizzazione dorso vagale (per esempio il topo immobilizzato nella bocca del gatto) per il fatto che sono presenti in contemporanea mobilizzazione, con l’attivazione del sistema nervoso simpatico e immobilizzazione, con l’attivazione del nervo dorso vagale. Per fare un esempio il freezing lo troviamo come strategia difensiva della gazzella che si blocca immobile con il cuore in gola di fronte a un predatore.

Questa strategia difensiva si riscontra molto spesso nelle situazioni dove il trauma è di tipo “relazionale”: ne sono un esempio le situazioni dove il genitore è preso da delle difficoltà personali che non gli consentono di occuparsi  dei bisogni emotivi del bambino oppure le situazioni dove il bambino assiste ad agiti aggressivi di un genitore verso l’altro genitore oppure le situazioni in cui si prova un profondo senso di impotenza. Quando viviamo esperienze di questo tipo possiamo sviluppare una neurocezione disattiva: questo significa che possiamo sentirci in pericolo anche in situazioni apparentemente tranquille oppure non saremo in grado di chiedere aiuto agli altri perché l’esperienza passata ci ha insegnato che chiedere aiuto non migliora la sicurezza; in questo modo il nostro corpo userà circuiti meno evoluti, come attaccare o scappare o l’immobilità, con un grande dispendio energetico per il nostro corpo.

Gli studi di Porges hanno avuto il grande pregio di aiutarci a comprendere meglio il legame mente-corpo e l’importanza della sicurezza: senza sicurezza non c’è regolazione corporea e non è possibile instaurare una relazione; inoltre fornisce un modello neurobiologico per spiegare come un comportamento sociale positivo, il sostegno sociale e stati affettivi positivi possano conservare la salute, la crescita e la guarigione.

Quando queste sensazioni spaventanti sono molto frequenti  e impediscono di vivere serenamente la propria quotidianità, si può trovare una risposta efficace nella terapia EMDR che è in grado di accompagnare la persona verso la sicurezza consentendo di riprendere in mano  la propria vita.